Immaginate una organizzazione dove lavorare è un piacere

lavorare è un piacereImmaginate una organizzazione dove lavorare è un piacere, dove lo scopo non è solo lo stipendio e per cui vi alzate ogni mattina con idee nuove e la voglia di realizzarle. Esistono?

 

Ebbene non solo esistono, ma le loro performance sono nettamente superiori alle organizzazioni tradizionali che adottano il paradigma di predizione e controllo. Già Konosuke Matsushita, fondatore della Panasonic, si era posto il problema e aveva lasciato le sue riflessioni in un libro dal titolo significativo, Not for Bread Alone.

Le persone non vanno a lavorare per produrre prodotti o servizi mediocri. Per arrivare in ritardo e andarsene presto o per annoiarsi. Ci deve essere un motivo più profondo, una ragione, un nucleo di interesse che attira una persona verso una particolare settore o professione.

Perché non creare un’organizzazione che permette alle persone di trovare questo loro interesse?

Uniformare le persone, adattarle al sistema, significa perdere la loro capacità di fornire la loro creatività, la loro energia e il loro contributo originale. È indicativo il passaggio che il discorso organizzativo ha avuto nell’introdurre termini differenti nel corso degli anni per indicare la propensione delle persone al lavoro, fino agli anni Novanta si è parlato di soddisfazione delle persone, poi è subentrato il termine motivazione, intesa come la capacità individuale di trovare le risorse personali per produrre migliori performance. Oggi si parla di engagement, ovvero la capacità di un’azienda di coinvolgere i propri dipendenti e di attivare la loro motivazione. Il problema dell’engagement delle persone non dipende dai loro capi ma dall’assunto delle aziende che, immerse nel paradigma di predizione e controllo, continuano a credere che siano le persone a doversi adattare all’azienda.

Perché non provare a pensare in modo diverso?

Perché non iniziare a pensare che l’organizzazione possa adattarsi alle persone?

 

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